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giovedì 27 agosto 2009

Liomatic e arte


Da qualche anno alcuni restauri conservativi di importanti di monumenti dell'acropoli perugina hanno visto la partecipazione finanziaria di privati che, per scelta, hanno voluto intervenire economicamente agendo concretamente per la tutela del centro storico. Tra questi certamente figura in primo piano la Fondazione Cassa di Risparmio guidata dal presidente Colaiacovo, ma occorre citare anche Liomatic, un'azienda in forte sviluppo, che sta investendo molto in campo artistico.
Liomatic è un'impresa perugina che si occupa del servizio-ristoro di bevande, snack, panini, tramezzini a mezzo di distributori automatici e che nasce a conduzione familiare nel 1973. Sotto l'accorta e grintosa guida di Paolo Caporali raggiunge importanti obiettivi tra i quali: l'acquisizione di aziende sul territorio umbro; la partnership con Lavazza nel 1995; l'estensione dell'attività all'esterno del territorio umbro dal 2003. Attualmente la ditta conta 14 sedi operative in varie regioni italiane e 500 addetti, suddivisi tra operatori al rifornimento, tecnici specializzati itineranti, tecnici commerciali di zona preposti ai rapporti con la clientela, responsabili del controllo qualità ed amministratori.
Liomatic è anche sponsor ufficiale del Perugia Basket, una squadra nata nel giugno del 2005 per rilanciare il basket a Perugia e raccogliere l'eredità e la storia sportiva di quello che fu negli anni settanta il basket a Perugia.

Nella bella sede "madre" di Madonna del Piano a Perugia, siamo andati ad intervistare Ilaria Caporali, figlia di Paolo, una giovane laureata che sta seguendo con passione ed inventiva le orme del padre nella conduzione dell'azienda.
Già l'edificio stesso, la cura dell'area verde circostante, gli ambienti dell'atrio ci parlano di un certo modo di gestire un'azienda, dove l'attenzione all'estetica ha un suo peso rilevante. Ilaria ci accoglie con molta simpatia al di là di un'enorme e ordinatissima scrivania che contrasta un po' con il suo aspetto giovanile. Ci spiega che da qualche anno si è inserita in azienda ed è ora Responsabile Marketing e Comunicazione della Liomatic S.p.a. La sorella Camilla, entrata in azienda da un anno, sta occupandosi di Controllo di gestione.

Sottoponiamo ad Ilaria qualche domanda, rubandole un po' del prezioso tempo dedicato al lavoro. Ci interessa conoscere i motivi che hanno spinto l'azienda ad inserirsi in iniziative di collaborazione con il Comune di Perugia e con la Sovrintendenza alle BB.AA. per il restauro di alcune opere architettoniche e scultoree.

Ilaria Caporali: Innanzitutto ci ha mosso l'amore per la propria città, per la chiesa dove mio papà aveva fatto la Prima Comunione e che frequentava abitualmente... il desiderio di vederla sempre più bella e curata, la passione e la volontà di agire, di mettersi a disposizione. Da qui, soprattutto, è nata l'idea di sostenere il restauro della Chiesa di San Filippo Neri, in via dei Priori, seriamente danneggiata dal terremoto del 1997. Questa operazione ci ha visto a fianco della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e della Sovrintendenza alle BB.AA., insieme allo studio Regni-Santucci e al Comune di Perugia. La seconda motivazione è quella di dare una visibilità di un certo tipo all'azienda facendola notare per la serietà e la qualità degli interventi finanziati.

Avete sponsorizzato anche il restauro del Portale di Palazzo dei Priori...

I.C.: Sì, le nostre iniziative di collaborazione in campo artistico sono partite appunto, con quest'opera nel 2006, un progetto di prim'ordine e di grande visibilità per la città, che ha restituito al pubblico uno dei più interessanti capolavori di scultura medioevale.

Salta agli occhi anche l'altro versante del vostro impegno. Il vostro sostegno all'arte cittadina ci pare che non miri solo alla tutela di opere antiche, ma ci pare che guardi con interesse anche all'educazione e alla comprensione dell'arte moderna e contemporanea. In quest'ottica risulta interessante la vostra collaborazione con il Comune di Perugia nella gestione di iniziative culturali promosse a Palazzo della Penna.

I.C.: In questo settore l'avvio del progetto ha le sue radici nel Perugia Basket, squadra che sponsorizziamo dal 2005. E' proprio in quest'ambito che abbiamo fatto conoscenza con l'attuale Assessore alle Politiche Culturali, Andrea Cernicchi, a quel tempo giovane aspirante player. L'amicizia con Andrea si è accresciuta nel tempo, e ci ha dato modo di venire incontro alla sua proposta di finanziamento di alcune attività culturali promosse per il rilancio di Palazzo della Penna. L'ultimo progetto è stato il ciclo di conferenze "Intersezioni" tenuto dal Prof. Mimmo Coletti e dal Prof. Emidio De Albentiis (vedi nostro post Sete di bellezza e di conoscenza del 23/05/2009).

Ci permettiamo di aggiungere, un ciclo di conferenze sull'arte moderna e contemporanea che ha visto una forte partecipazione di pubblico di tutte le età! Quando collaborate con l'Assessore siete voi a proporre iniziative culturali o vi limitate a decidere di finanziare idee che provengono dal Comune?

I.C.: Finora ci siamo limitati ad intervenire su progetti che ci sono stati proposti dall'Assessore e che abbiamo discusso insieme per le modalità di svolgimento e di coinvolgimento da parte della Ditta. Abbiamo in cantiere lo sviluppo di iniziative che partano dal nostro ufficio Marketing e Comunicazione, ma per ora ci è mancato il tempo per portarle avanti vista la mole di lavoro che ogni giorno ci aspetta quando ci presentiamo in azienda.

Un'ultima domanda, visti i tempi di congiuntura, ci viene spontanea: come state avvertendo la cristi economica generale che investe l'economia mondiale?

I primi mesi dell’anno non sono stati particolarmente critici per la nostra azienda. L’ultimo periodo invece abbiamo riscontrato una leggera flessione. Devo dire, con tutta sincerità, che fino ad ora, operando in un settore particolare della distribuzione alimentare la crisi c’è ma riusciamo comunque a rispettare tutti i nostri impegni. Credo che questa particolare situazione dipenda molto dalla qualità del servizio che Liomatic offre. Abbiamo sempre puntato ad un servizio caratterizzato dalla ricerca della massima qualità, dalla personalizzazione del servizio e dalla presenza capillare nel territorio che ci consente di servire i clienti più vari dal più piccolo esercizio commerciale, alle aziende di grandi imensioni. Questi obiettivi ci hanno finora premiato.

Se la crisi si facesse sentire, continuereste i vostri progetti di sponsorizzazione culturale?
I.C.:
Crediamo molto in questi progetti e faremo sempre il possibile per garantire la nostra presenza in questo settore. Preferiamo infatti selezionare i nostri interventi rivolgendoci all’ambito culturale.

giovedì 30 luglio 2009

Tempo di vacanza


Girando per le vie di Perugia in questi giorni di luglio ogni giorno la si vede più vuota, tanto che diventa più facile muoversi in auto o in motociclo per le sue vie. E' un'esperienza che si ripete ogni anno: è tempo di vacanza o tempo di ferie!

Ma cosa significano questi termini?
Forse scoprendone di più la radice potremo avere qualche indicazione maggiore su come riposarsi visto che, per molti, le vacanze costituiscono uno stress da cui è poi difficile riprendersi.
Vacanza: dal latino vacàre, ovvero "essere vuoto", "essere libero" e "aver tempo di occuparsi di qualcosa"; "periodo di riposo, di sospensione delle abituali attività".

Ferie: "nel calendario liturgico cattolico, ogni giorno della settimana non festivo" contrapposto a "feste, periodo di riposo a cui ha diritto il lavoratore".
C'è una contraddizione, vero?
In realtà, rifacendosi sempre alla liturgia cristiana, essa distingue la Domenica, giorno del Signore, dalle "fériae" (féria seconda, lunedì; tertia, martedì e cose via), cioè i giorni della settimana nei quali si festeggia un Santo: il significato originale di féria rimane, quindi, fésta; così si spiega una antinomia solo apparente tra férie (periodo di vacanza) e ferile (giorno lavorativo).

Riposo: "atto, modo ed effetto del riposare o del riposarsi, cessazione o interruzione di attività e fatica". Dal latino repausare, da pausare "cessare, fermarsi" con "re" rafforzativo. Ristorarsi, rinfrescarsi, interrompendo il lavoro o la fatica per dare sollievo al corpo o alla mente.

Il riposo, la vacanza sono quindi un'arte da coltivare.

La vacanza è un essere vuoto, un essere libero per poter dedicarsi alla passione per sé.
E' un tempo per rinfrescarsi, ristorarsi... per dare sollievo al corpo e alla mente.
E', quindi, un lavoro, ma un lavoro che ricrea!

Crediamo che tutto ciò contesti radicalmente la normale concezione di vacanza vista più come ricerca di trasgressione, di emozioni estreme che portano a nuove sensazioni, ma non certo al riposo. Tutto ciò è giusto e legittimo, ma non è possibile accontentarsi di un riposo così incerto, fragile ed effimero, tanto da essere facilmente compromesso da qualsivoglia imprevisto e contrarietà, o comunque da limitarsi al breve periodo delle ferie estive!
Ciò rischia di trasformare il riposo in una sorta di continua competizione, per difenderlo dall’interferenza di qualsiasi genere di stress.

E se pure si riesce nell’impresa di un tale faticoso riposo, non si torna a casa realmente e durevolmente ristorati, poiché le energie della persona non hanno la loro fonte più importante nella struttura biologica del corpo, ma nella sua struttura spirituale, in quelle radici dell’essere dove dimora Dio, con la sua gioia e la sua pace, preziosissime ed insostituibili risorse del vivere quotidiano.

Il vero riposo della persona, di ogni persona, è e deve essere qualcosa di permanente, stabile come uno scoglio contro le onde, un riposo che non consiste necessariamente nella mancanza di attività, ma nella pienezza della vita, cioè nel possesso di quell’abbondanza di gioia la cui sorgente inesauribile sta dentro di noi.

domenica 21 giugno 2009

Piazza dei Mestieri all'ex Saffa di Via Cortonese


Stando ai dati ISTAT riferiti al 2007 il 20,8% degli studenti italiani abbandona troppo presto la scuola, prima di aver conseguito un qualunque titolo di studio superiore, anche professionale. Il doppio rispetto al limite del 10% fissato dagli obiettivi della Comunità Europea a Lisbona nel 2000 che restano, dunque, lontanissimi. Nell'arco degli ultimi quattro anni, tra il 2004 ed il 2007, nel nostro Paese l'incidenza di abbandoni precoci e' scesa di 3,6 punti al Centro-Nord. Nel 2007 solo la provincia autonoma di Trento e il Lazio hanno raggiunto obiettivi vicini a quelli di Lisbona (10,6 e 10,9%). L'Umbria il 12,7%. (dati tratti da Dire Giovani.it).

Ma non si tratta solo di abbandono scolastico. Quello che affligge le nostre città e i nostri giovani è spesso la mancanza di speranza sul futuro, l'incapacità di pensarsi in positivo, di motivazioni, di trovar punti d'incontro con la realtà degli adulti. Urge un progetto che sia capace di offrire percorsi formativi a chi abbandona la strada maestra delle agenzie educative ufficiali e che proponga con dignità l'acquisizione degli strumenti necessari a intraprendere un "mestiere" che possa garantire uno sbocco occupazionale ed un futuro.

A Torino l'esperienza della Piazza dei Mestieri è nata proprio con la volontà di "sviluppare il potenziale, spesso nascosto, dei giovani durante la delicata fase che li porta dall’adolescenza alla vita adulta". L'idea della Piazza "si ispira dichiaratamente a ricreare il clima delle piazze di una volta, dove persone, arti e mestieri si incontravano e, con un processo di osmosi culturale, si trasferivano vicendevolmente conoscenze e abilità.[...]
L’obiettivo finale è quindi quello di creare un punto di aggregazione dei giovani in cui sia evidente un contenuto educativo e dove si possa sperimentare un approccio positivo alla realtà, dall’apprendimento al lavoro, dal modo di usare il proprio tempo libero alla valorizzazione dei propri talenti anche attraverso l’introduzione all’arte, alla musica e al gusto".

La creazione della Piazza dei Mestieri, la sua implementazione ed il suo funzionamento vedono i giovani come protagonisti, affinché possano constatare con i loro occhi l’esito del lavoro delle proprie mani, affiancati da adulti che, anziché sostituirsi alla loro responsabilità, sollecitino la loro libertà e il loro impegno.
Nulla è più convincente per chi vive situazioni di disagio che il veder sorgere un’opera significativa a cui dare il proprio contributo creativo.

L'ex stabilimento SAFFA di via Cortonese, con i suoi circa 19.000 mq, rappresenta uno dei pochi superstiti di archeologia industriale ancora presenti a Perugia visto che l'area dell'ex Perugina a Fontivegge è stata recuperata anni or sono con l'intervento urbanistico firmato Aldo Rossi (vedi nostro post Aldo Rossi - Perugia e Berlino, del 24/03/2009), che a San Marco si è in parte provveduto al recupero dell'ex fornace, che alla ex SAFFA di Corso Garibaldi stanno per essere completati i lavori per creare lasede della Sovrintendenza alle BB.AA.
In entrambe i primi due casi una ciminiera sta a ricordare l'antica destinazione del complesso.
Anche in via Cortonese spunta una ciminiera, ma per l'ex-Saffa nulla ancor si muove.
Almeno così sembra!
L'ultimo progetto di recupero di cui si ha notizia sulla stampa locale risale al 2005 e sembra ancora in auge. L'ex tabacchificio di Via Cortonese, grazie all'interessamento di Italia Nostra, si doveva trasformare in una "incubatrice di aziende high tech, una sorta di cittadella tecnologica" (Corriere dell'Umbria, settembre 2006) dopo essere stato ammesso ai progetti regionali di recupero urbano; ma alcune problematiche relative alle società partecipate del Comune di Perugia (Semplicittà e Perugia Rete) fecero rallentare e procrastinare l'esecuzione del progetto. A suo tempo un articolo del Corriere dell'Umbria del 27/02/2005 considerava imminente l'attuazione del progetto, anche perché doveva arrivare da Roma un apposito finanziamento di 900mila euro: "Il digitale terrestre sbarca in Umbria".

Di tutto ciò ancora non vi è traccia.
Ci permettiamo, quindi, di sopperire alla vacanza progettuale proponendo un utilizzo diverso dell'area in questione che venga incontro alla situazione di malessere scolastico di tanti giovani a Perugia e dintorni con la creazione della Piazza dei Mestieri anche nella nostra città.
Certamente non ci sogniamo di proporre la copia pedissequa di ciò che è stato creato a Torino o a Milano.
Vogliamo proporre la considerazione del Progetto e di verificarne la cantierabilità visto che la nuova giunta comunale perugina guidata da Boccali e in via di costituzione potrebbe di nuovo prendere in considerazione la destinazione dell'ex complesso industriale.
In tal modo Perugia potrebbe compiere un grande passo avanti sulle linee guida delle Politiche per i giovani affermate nel 2000 a Lisbona che prevedevano, tra l'altro, di "aumentare ogni anno in modo sostanziale l’investimento nel capitale umano, di sviluppare centri locali polivalenti per l’acquisizione di competenze, di stabilire dei partenariati educativi tra le scuole, i centri di formazione, le imprese, gli istituti di ricerca".

Occorre creare una vasta intesa tra Comune, Provincia e Regione e ad altri Enti del territorio che porti alla concretizzazione del Progetto, ma soprattutto occorre mettere in conto l'utilizzo di una logica nell'operare sul territorio che valorizzi realtà e agenzie educative che vivono quella passione educativa che sta alla base del Progetto.
Su questo molto c'è ancora da imparare da parte dei nostri Enti di governo che tendono spesso a varare solo progetti firmati con la loro targa, scoraggiando qualsiasi iniziativa nata dalla libera volontà dei cittadini.
E' un antico principio che si chiama sussidiarietà.
Ma in Umbria e a Perugia, in particolare, sembra un boccone difficile da deglutire.

Per ulteriori informazioni collegarsi al sito di Piazza dei Mestieri dal quale sono state tratte molte delle informazioni e delle foto riportate in questo articolo.

sabato 18 aprile 2009

Una centenaria storia di vetro


Entrare nello Studio Moretti Caselli in Via Fatebenefratelli al civico 2, a Perugia, significa penetrare in un altro mondo che è preannunciato, già esternamente, dall'aspetto severo del Palazzo che lo ospita. E' , infatti, come scopriamo in seguito dal racconto di Maddalena Forenza, un edificio appartenuto all'antica famiglia dei Baglioni, l'unico salvato dall'intervento demolitivo di Paolo III per la costruzione della Rocca Paolina, e conserva ancora esternamente l'austerità della pietra medioevale.
Fu acquistato da Francesco Moretti, iniziatore dell'attività artistica, nel 1894 e già nell'anno successivo divenne operativo ospitando nei suoi locali la lavorazione del vetro che il Moretti aveva già avviato da più di trent'anni. Conserva quindi tutto il sapore di una storia centenaria che fanno della visita a questo Studio di Vetrate Artistiche qualcosa che non si limita all'ingresso in un laboratorio d'arte, ma che assomiglia di più ad un viaggio nel passato, in mezzo a vecchi strumenti, a calchi di gesso, a cartoni invecchiati dal tempo, ad antichi arredi. Tutto mostra quanto sia grandioso l'ingegno umano quando prende sul serio un'inclinazione artistica e la trasforma in professione, esigendo serietà e soluzione ai problemi che via via si presentano. Mentre ci si muove, un passo dietro l'altro con circospezione e con timore di provocare qualche danno, questo mondo antico comincia a sgorgare silenzioso tra vecchie armature, leggii, arcolai e ad entrare nelle vene, nei polmoni e nel cuore e vi pare ancora possibile imbattervi di sorpresa nel professor Moretti al lavoro con suo nipote Ludovico Caselli e i suoi assistenti in mezzo ad ampolle di colori, tra i vecchi libri della biblioteca o indaffarati alle trafile di piombo.
Attraverso una successione familiare inaugurata da Rosa e Cecilia Caselli che alla morte del padre, nel 1922, si assunsero la responsabilità della conduzione della ditta e proseguita da Anna Maria Falsettini, loro nipote, lo Studio vanta quindi quasi 150 anni d'attività che oggi viene ancora guidata con successo dalle figlie di Anna Maria, Maddalena ed Elisabetta Forenza.

Siamo andati ad intervistarle per conoscere direttamente da loro qualcosa di più di quello che abbiamo potuto apprezzare sfogliando il loro bel sito web.

Fin da piccole avete convissuto, volenti o nolenti, con gli oggetti, le opere d'arte, le vetrate, i forni, le tecniche che la vostra famiglia ha da sempre custodito. Come avete vissuto il rapporto con questa tradizione?

Da piccole non ci rendevamo conto che il posto dove giocavamo mentre la mamma dipingeva fosse un luogo così importante, ricco di storia e tradizione.
A volte ci infastidiva e ci metteva in difficoltà non avere una mamma con un lavoro "normale", era difficile spiegare solo con le parole il mestiere del mastro vetraio.
Il ricordo che abbiamo più presente è quello dell'odore di essenza di trementina che aveva la mamma quando ci abbracciava.
Crescendo abbiamo pian piano capito l' importanza di quello che ci circondava.

Che cosa ha fatto scattare in voi la possibilità di dedicarvi a questo lavoro decidendo di mettervi nel solco della tradizione dei vostri nonni?
La decisione di continuare questo lavoro, è arrivata per gradi ed a volte è stata sofferta!
Un insieme di motivi, soprattutto l'amore per l'arte e il forte legame con lo Studio-laboratorio, ci hanno portato fin qui, sempre temendo di non essere all'altezza di chi ci ha preceduto.

Entrando nel vostro Studio sembra di entrare in un mondo antico regolato da leggi che, oggigiorno, il mondo del fast, del tutto subito, non vanno più di moda. Cosa significa per voi il rapporto con il vostro lavoro fatto di pazienza, di attesa, di precisione, di costanza, di creatività, di manualità...?
La frenesia che tutti hanno quando ci commissionano un lavoro ci crea uno stato di ansia perenne. Proprio per i motivi elencati a volte ci sentiamo delle privilegiate fuori posto... con la paura che un giorno verremo comunque assorbite dal mondo frenetico di oggi.

I giovani si interessano al vostro lavoro? Avete avuto contatti con ragazzi interessati ad apprendere l'arte della vetrata artistica?
I giovani interessati non sono così numerosi, sono attratti molto di più da internet, telefonini e centri commerciali.
Il vero interesse lo notiamo fra i ragazzi delle scuole medie che sono felici di poter partecipare ai laboratori didattici che organizziamo.

Come vedete la situazione dell'artigianato artistico nella nostra città?
Noi crediamo che sia stata fatta molta demagogia sull'artigianato artistico. I politici ci usano a loro piacimento per la loro visibilità.
Crediamo che veramente di noi non interessi che a pochi.

Quali prospettive vorreste suggerire?
Avremmo il desiderio di poter avere dei luoghi messi a disposizione gratuitamente tutto l'anno dove esporre e vendere i nostri manufatti artistici: accanto ai musei per esempio!
Vorremmo essere più considerate dalla Soprintendenza, dal Comune, dalla Provincia e dalla Regione per quanto riguarda i restauri che molto spesso e troppo spesso, vengono fatti effettuare da ditte che lavorano in altre regioni.
Ci piacerebbe che il Comune organizzasse un evento solo ed esclusivamente per gli artisti-artigiani della città e che, attraverso sponsor etc., fornisse i luoghi, gli stand e tutto l'occorrente in modo da non gravare sull'artigiano con spese che non può sostenere.

Quali orizzonti intravvedete per il vostro lavoro?
Gli orizzonti a volte sono neri, la burocrazia ci impedisce di avere il tempo di lavorare e lavorare bene significa concentrarsi su quello che si sta facendo, avere la mente e le forze creative per produrre cose belle, uniche, che emozionino sia l'artista sia il committente.

Sui volti delle due ragazze compare un'ombra d'apprensione: è chiaro che la vita non è facile, che i problemi sono tanti e che l'insieme delle problematiche rischia di distrarre dal contenuto vero del lavoro, la parte che amano di più e che le ha convinte a giocarsi in quest'avventura più grande di loro. Tutto ciò è da metter in conto ed aggiunge valore al loro coraggio e alla loro passione per proseguire questa grande opera al di là di ogni incomprensione e riconoscimento. Lo sappiamo, attualmente il lavoro dell'artigianato artistico è costellato di sacrificio, di fatica e di sofferenza. La concorrenza dell'industria avanza vertiginosamente e non è facile entrare sul mercato con prodotti che nascono da un lavoro manuale attento e meticoloso che spesso l'acquirente non riesce a valutare accontentandosi di un manufatto più a buon mercato.

Ritorneranno i tempi dell'Arts & Crafts di William Morris quando a Londra l'artigianato artistico si gloriava di un posto d'eccezione all'interno della società inglese?
Ritorneranno i periodi d'equiparazione tra arti maggiori e applicate propugnata dal Liberty o dalle Secessioni che avevano lanciato il gusto dell'opera curata e originale?

Per ora la situazione è preoccupante anche per la denunciata sordità degli enti di governo del nostro territorio.
Ma il fascino di questo antico laboratorio d'arte rimane assolutamente intatto e ci parla di passione, di pazienza, di gusto per il lavoro ben fatto, rare perle che fanno del Moretti Caselli e della nostra città qualcosa di unico al mondo

Le immagini sono tratte dal sito http://www.studiomoretticaselli.it/

giovedì 9 aprile 2009

Il Pintoricchio di S.Maria dei Fossi: una meditazione da vedere

A chi cercasse nell'arte custodita nella nostra città, in questi giorni di Pasqua, qualcosa di attinente al mistero della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo proponiamo di far una capatina alla Galleria Nazionale dell'Umbria e di fermarsi davanti alla grande Pala di S. Maria dei Fossi realizzata da Bernardino di Betto, detto il Pintoricchio o Pinturicchio, come si dice a Perugia. La Pala, esposta anche in occasione della mostra monografica dello scorso anno, sebbene a prima vista non sembri, costituisce una "meditazione visiva" sulla Passione di Gesù "per esaltare l'eccezionalità del mistero del sacrificio del Figlio di Dio per la remissione dei peccati dell'uomo" (Mancini).
L'opera, dipinta in due anni dal 1496 al 1498, costituisce uno dei risultati più prestigiosi e commoventi della maturità di Pinturicchio, reduce in quegli anni, dall'impegnativo lavoro di decorazione degli Appartamenti Borgia in Vaticano. La maestosità dell'impianto architettonico della pala è mitigata dalla luminosità dei volti, dalla dolcezza degli atteggiamenti, dalla preziosità dei costumi.
Il grande polittico ci accoglie con un’epigrafe latina ammonitrice: "Aspice...", "Guarda, o mortale,da quale sangue sei stato redento. Fa' che non sia scorso invano!". Nella cimasa appena sopra, infatti, due angeli piangenti, splendide e commoventi figure, ci mostrano, sorreggendolo, il corpo martoriato di un Gesù già entrato nel sepolcro, con le ferite dei chiodi e della lancia dalle quali esce sangue in abbondanza: l’immagine è drammatica e serena allo stesso tempo perché sottolinea l’obbedienza di Gesù al mistero del Padre.
Interessante notare come questo "Aspice..." con cui inizia l'iscrizione ricalchi lo stesso incipit dell'iscrizione della Fontana Maggiore: "Aspice qui transis jucundum vivere fontes, si bene prospicias mira videre potes" (Vignaroli). Tutto inizia sempre dallo stesso verbo: guardare, è la prima richiesta. Non è "fare"!
Al centro campeggia, in una grande tavola, una splendida Madonna in trono con il Bambino e un piccolo San Giovanni Battista che offre a Gesù una croce d'oro gemmata posta all'estremità di uno stelo sul quale è arrotolato un cartiglio con la scritta: "Ecce Agnus Dei". Maria, vergine madre (la stella sulla spalla), è raffigurata mentre sta amorevolmente chinando il capo verso suo figlio e nell’atto di reggere il melograno. Il Bambino guarda verso San Giovannino e, mentre con la destra afferra la Croce che il santo gli porge, con la mano sinistra mostra i rossi chicchi del melograno spaccato, simbolo dell'amore fino al sacrificio. La scena vien meglio svelata dalla complessa iscrizione sottostante che recita: "O Santo Fanciullo, rimetti al Fanciullo questa croce. Non la porterà [San Giovanni] a Dio in favore del mondo: ci sarà un altro" (Acidini Luchinat). Il Fanciullo Gesù è quindi l’obbediente al Padre e questa sottomissione libera al disegno di Dio avviene tra le braccia di Maria dipinta con il capo reclinato nella stessa posizione del Cristo morto della cimasa a indicare la sua compartecipazione a Gesù nella Passione. L'Annunciazione, ricordata dai due riquadri a lato, ci rammenta quanto il suo sì abbia costituito il punto di partenza dell'amoroso progetto di Dio verso l'uomo poiché in lei Cristo si è umanato, come si esprimeva la Beata Angela da Foligno.
Sul pavimento in basso, con reminiscenza fiamminga, Pinturicchio sistema alcuni stupendi simboli: la Bibbia che conserva la storia del rapporto sempre ricreato tra Dio e l’uomo e alcuni frutti; la noce con il mallo, segno delle due nature di Cristo, umana e divina, e simbolo della sua Passione per la parte legnosa che ricorda il legno della Croce. La mela, ricordo del peccato originale, cui Cristo, nuovo Adamo, vuol porre rimedio.

L’obbedienza al disegno misericordioso di Dio sulla storia umana sembra essere quindi il grande tema della pala: l’obbedienza di Cristo al Padre resa possibile dall’obbedienza di Maria con il suo sì all’Annuncio dell’Angelo.
E’ questo mistero di amore che ha costituito il centro della meditazione e dello studio dei due grandi Santi e Padri della Chiesa che concludono le bande laterali della tavola centrale: S.Agostino e S.Girolamo. Il primo, il Vescovo di Ippona, è tutto concentrato a meditare, appunto, su di una mela simbolo del peccato originale dell’uomo e su tutto ciò che è derivato da essa: l'impossibilità dell'uomo a raggiungere il suo compimento e l'inarrestabile iniziativa di Dio. Un mistero così grande e insondabile che la mente umana ci si perde dentro per quanto è immenso. Nella predella sotto di lui è raffigurato, infatti, l’aneddoto del bambino incontrato da S.Agostino sulla riva del mare mentre stava meditando sul mistero dell’amore di Dio per l’uomo fino al sacrificio sulla Croce. Il bambino, scavata una buca nella sabbia, cercava con un cucchiaio di versarvi dentro tutta l’acqua del mare. E sant’Agostino: “Ma come puoi pensare di racchiudere il mare, che e’ così grande, in una buca che e’ cosi’ piccola?”. Il bambino alzò gli occhi, lo guardò fisso in volto e rispose: “E tu come puoi pensare di comprendere Dio, che è infinito, con la tua mente, che è così limitata?!”. Detto questo, sorrise e scomparve.

Lo scomparto di destra è occupato da S. Girolamo, eremita e Cardinale, traduttore dal greco al latino della Bibbia detta Vulgata.
È rappresentato, infatti, come un porporato con in mano la Bibbia, l'immancabile leone in secondo piano e il probabile modellino della chiesa di S. Maria dei Fossi. Nella predella lo ritroviamo in ginocchio, in preghiera davanti al Crocifisso, quando viveva da eremita nel deserto di Calcide, a sud di Aleppo e teneva una pietra in mano che cadeva quando si addormentava richiamandolo di nuovo all’orazione.
A fianco, nei medaglioni, i quattro evangelisti.

Dunque, uno dei gioielli di raffinata pittura cinquecentesca com'era quella di Bernardino di Betto, custodito in quell'immensa miniera di capolavori artistici che è la nostra Galleria Nazionale.
Un'opera monumentale che, come tutte le grandi imprese pittoriche, è capace di dialogare ancor oggi con qualsiasi visitatore coinvolgendolo, se vuole, nel suo messaggio che trasuda di richiami di fede.

Tutte le immagini sono tratte dai siti www.mostrapintoricchio.it e www.civita.it

venerdì 27 marzo 2009

Tubi indecenti!


Una bella novità a Palazzo Gallenga!
L'ammasso di tubi arrugginiti e di tavole, ricettacolo di rifiuti vari, va in pensione dopo 38 anni di onorato servizio! Tra poche settimane una mensola protettiva pensile prenderà il posto dei vecchi ponteggi liberando le strade adiacenti all'edificio e rendendo più chiara la lettura dei paramenti esterni del palazzo.
Ce ne rallegriamo! Sarà certamente una veste più dignitosa per una delle istituzioni più nobili e prestigiose della nostra città e per uno dei palazzi settecenteschi più splendidi che abbiamo.
Certo, ci sarebbe risultato più gradito un intervento di restauro complessivo e definitivo, ma anche questa soluzione è da considerarsi un passo avanti.
Come si sa la parte bisognosa di restauri dell'immobile non è quella più antica che risale alla costruzione dell'edificio nel 1758 da parte di Francesco Bianchi, ma l'ampliamento successivo realizzato nel 1936 con materiale più economico che voleva imitare la decorazione in cotto della facciata rococò. Le infiltrazioni d'acqua nel rivestimento e le escursioni termiche con il tempo hanno rovinato molti dei conci decorativi rendendo pericoloso il passaggio dei pedoni nelle vie sottostanti e da qui l'intervento protettivo.

Allo stesso modo aspettiamo il riconquistato restyling dello stabile che porta il nome dello stesso architetto, Palazzo Bianchi al centro storico, proprio di fronte al Teatro Morlacchi. Anche per questo edificio, caratterizzato da una decorazione in cotto e acquistato da un privato circa due anni fa, il bavero protettivo di tubi e tavole ha le settimane contate in quanto, una volta che gli Uffici Comunali saranno trasferiti nel vicino complesso della ex-scuola Pascoli in via di ristrutturazione, partirà il cantiere di restauro lasciando in prima linea sul fronte "ponteggi protettivi" solo l'ultimo arrivato di Porta Eburnea.
Da qualche anno, infatti, il Comune ha sistemato alcune incastellature ormai ferruginose presso la sede dell'assessorato di Porta Eburnea.
Non sappiamo questa volta cosa sia in pericolo di cadere, ma auspichiamo che a breve termine il problema venga affrontato e risolto.
Proprio perché stimiamo la nostra città e sappiamo quanta ricchezza umana, culturale e sociale conservi ci pare che ogni cedimento al degrado sia offensivo per la sua identità.
Il Centro storico di una città deve essere come il suo fiore all'occhiello e crediamo sia deleterio soprattutto per una città come la nostra, risolvere certi problemi non risolvendoli.

Recentemente ci è passato sotto gli occhi l'esempio di Parma e come il suo Comune si stia organizzando per rispondere al problema della valorizzazione del suo meraviglioso centro storico: "Quanto il centro storico rappresenti una priorità per Parma, lo dimostra anche la creazione di una nuova figura professionale “ad hoc” (il “town center manager”) della quale l’Amministrazione si è fatta carico per cercare di sintetizzare le esigenze di tutti gli attori in gioco. «Perché andare sul posto, nelle botteghe, a sentire i problemi della gente, è diverso dal riceverle nelle stanze dei palazzi [...] Perché i centri storici devono vincere la sfida nella competizione con gli out-let e i centri commerciali». E la risposta, Parma, l’ha trovata nel “centro commerciale naturale” e, soprattutto, nella creazione di un «contenitore che riesca convogliare tutti gli sforzi, pubblici e privati, che lavorano allo stesso obiettivo». Si chiama “Gec”, sta per “gestione centro città” ed è una struttura organizzativa sperimentale che mette intorno allo stesso tavolo «il consorzio unico delle associazioni di categoria, l’Amministrazione, i gestori dei parcheggi, l’Università, le fondazioni, tutte le istituzioni». Anche qui le difficoltà non mancano. «Soprattutto con i proprietari di immobili, che chiedono affitti spropositati, col risultato di avere locali sfitti e di lasciare spazio a negozi cinesi o poco tradizionali». «Serve quindi una diversa politica urbanistica, che incentivi ad esempio l’insediamento di grandi catene distributive che proprio nei centri stanno cercando spazi». Un’azione alla quale si unisce «il censimento di tutti gli spazi pubblici poco utilizzati, per promuovere iniziative catalizzanti». E le recenti esperienze dei “temporary shop” non sono che un esempio. A questo si aggiunge anche la soluzione che Parma ha trovato per tamponare il degrado di alcune zone «in balìa di kebab e call center». «Abbiamo aperto uno spazio comunale, una biblioteca multimediale aperta tutto il giorno che la sera diventa “caffé letterario”: questo è il nostro presidio della zona». Il tutto studiando iniziative ad hoc nelle singole zone «più sensibili» e studiando una riqualificazione urbana strutturale e pianificata».
di Susanna Pasquali tratto dal sito: http://www.filibertoputzu.it/centro_storico__identità_di_una_comunità_sc_6760.htm

martedì 24 marzo 2009

C'era una volta un quartiere di falegnami...


C'era una volta un quartiere di falegnami... e adesso... non c'è più!
Non è una magia di Silvan: è una realtà triste per il nostro centro storico!
Se qualche decina d'anni fa, infatti, passavate per le strade della Cupa vi imbattevate giocoforza ad ogni passo in una bottega di falegname specializzato, intarsiatore, tornitore, ebanista, restauratore che nelle giornate di sole metteva ad asciugare i suoi lavori appena fuori dall'ingresso della bottega.
Un patrimonio d'artigiani del legno che avevano indirettamente donato un volto inconfondibile al rione di Porta S. Susanna e di cui oggi rimane solo qualche bottega, due o tre, che resistono con i denti alla debacle generale.
Al loro posto il nulla! O meglio, al loro posto garage, miniappartamenti per studenti (che fantasia!) ricavati nei fondi che ospitavano seghe a nastro e pialle elettriche.
E così "centro storico" continua sempre di più ad esser sinonimo di "Corso Vannucci, Piazza Matteotti, Via Oberdan ed una parte di via dei Priori"!
Complimenti all'amministrazione perugina!
Complimenti alle organizzazioni di categoria!
Complimenti alla miopia generale!
Forse servirebbero un paio d'occhiali nuovi, occhiali che facciano vedere le potenzialità di Perugia, che facciano aprir gli occhi a valorizzare i suoi bei vicoli, le sue caratteristiche piazzette, le sue faticose salite, la sua antica identità.
Occhiali che aprano gli occhi a valorizzare gli artigiani con sovvenzioni e agevolazioni perchè questi antichi mestieri siano consegnati alle future generazioni con politiche simili a quelle che avvengono in tante regioni della Francia! Invece qui si pensa solo a tassare il piccolo artigiano, a spremerlo come un limone, per favorire l'insediamento in periferia di grandi centri commerciali che al loro interno possiedono bricopoint in grado, secondo la logica del grande interesse, di soppiantare la tradizione artigianale.
E' curioso che nella regione che viene stimata per la possibilità di riscoprire antiche tradizioni, anche culinarie, ed antichi mestieri ci si dimentichi di questa preziosa realtà.
Ci direte: "Ma come si fa? Tanti artigiani non sono stati cacciati via, ma se ne sono andati spontaneamente!".
E in Francia come stanno facendo?
Se cominciassimo a guardare ai nostri cugini che, tra l'altro, ospitiamo per manifestazioni ormai fisse con le città gemellate?
Certo occorrerebbe aver il gusto per la realtà, per il bene comune e non solo per la bella poltrona dietro ad una scrivania dalla quale ci si alza solo in occasione di eventi che mettono in risalto la propria efficienza politica o amministrativa.

Bevagna, col suo Mercato della Gaite, ha trovato una strada interessante. Non vi pare?

Aldo Rossi - Perugia e Berlino



Il 1982 fu un anno di trasformazioni a Perugia perché sulla scia della grande innovazione delle scale mobili, in funzione già dal 1980 per collegare l'acropoli del centro storico con le zone periferiche, si mise mano alla ridefinizione di un nuovo volto per l'area adiacente alla Stazione di Fontivegge, un'area che aveva a suo tempo ospitato lo stabilimento della Perugina e il deposito degli autobus e filobus che servivano la città e che ora doveva accogliere un nuovo Centro Direzionale contornato da unità residenziali.
Il progetto fu firmato dall'architetto milanese Aldo Rossi, personalità di rilievo internazionale, che già stava lavorando ad alcuni progetti relativi alla città di Berlino.
Le polemiche non mancarono di farsi sentire in toni anche piuttosto accesi e caustici, soprattutto perché per i materiali, lo stile geometrico e asciutto, le forme monumentali e severe non convincevano i perugini; nonostante tutto, i lavori proseguirono abbastanza velocemente per il CentroDirezionale e Commerciale; si arenarono, invece, per la zona residenziale lungo Via Mario Angeloni e tuttora il progetto non è stato portato a termine.

Visitando a Berlino il grande edificio a blocco per residenze e uffici posto nelle immediate vicinanze della Friedrichstrasse, a pochi metri dal Check-point Charlie e l'unità residenziale in Kochstrasse si rimane sbalorditi per la vicinanza delle loro forme con quelle del Direzionale di Perugia.
Elementi in ferro e vetro, finestrature quadrate, colonne d'angolo colossali sono indizi di stretta parentela tra i due progetti e legano a doppio filo i quartieri delle due città.
A Berlino Rossi ha però osato un passo in più inserendo ironicamente nella teoria di prospetti multicolori degli edifici una porzione della facciata di Palazzo Farnese realizzato a Roma nel 1514-1546 da Antonio da Sangallo il Giovane e da Michelangelo.
L'inserzione ha il valore di richiamare una costante delle sue architetture, vale a dire la convivenza di passato e presente, ma costituisce anche una pressante citazione che vuole rendere esplicito il suo motivo ispiratore fondante e cioè l'architettura rinascimentale.

Ora, si sa, Berlino è una città gravemente ferita dalla guerra e in cerca di soluzioni innovative che le restituiscano un volto consono a quello di una grande capitale. In questo enorme laboratorio architettonico a cielo aperto illustri nomi dell'architettura mondiale stanno portando il loro raffinato contributo alla ricostruzione della città.
Perugia non può certo essere paragonata a Berlino sia per le sue dimensioni sia per il fervore ricostruttivo che la capitale della Germania sta vivendo a partire dalla caduta del muro nel 1989. Sta di fatto, però, che in qualche modo, possiamo rintracciarne una parentela proprio per gli interventi di Aldo Rossi.
Potremo non essere d'accordo; potremo continuare ad essere polemici con le scelte del operate dal Comune oramai ventisette anni fa; potremo continuare a provare un forte senso di disagio nell'attraversare Piazza del Bacio.
Di fatto, però, il Centro Direzionale di Fontivegge si può facilmente rintracciare all'interno di ogni buon manuale di architettura e di ogni monografia su Aldo Rossi.
Crediamo che occorra guardare avanti e far buon viso a cattivo gioco se cattivo gioco c'è stato!
In che modo?
Per esempio trovando i mezzi necessari per portare a termine il cantiere lungo via Mario Angeloni in modo da completare il progetto, anche se in parte fu rimaneggiato.
Per esempio trovando la maniera di bonificare l'area residenziale e trasformandola da quell'ambiente malfamato e corrotto dallo spaccio di droga e dal commercio sessuale che è diventato in un insieme abitativo di almeno medio livello. Non crediamo che si debba accettare quasi meccanicamente che un quartiere residenziale solo per il fatto di trovarsi nei pressi della stazione ferroviaria si trasformi specie nelle ore notturne in un luogo pericoloso e poco raccomandabile!
Per esempio curando meglio l'area verde adiacente creando un aprco più attrezzato per i bambini e gli anziani, favorendo l'inssediarsi di qualche esercizio commerciale per il ristoro.
Per esempio sfruttando la vicinanza alle due stazioni del minimetrò (Case Bruciate e Fontivegge) e offrendo qualche soluzione urbanistica innovativa ed elegante. In effetti, se ci riflettiamo, l'area si sta qualificando come una dei nuclei più interessanti dal punto di vista urbanistico/architettonico per la presenza dei lavori di due grandi architetti contemporanei Aldo Rossi e Jean Nouvel.
Ma Perugia sa sfruttare appieno queste possibilità (il nostro occhio miope vede solo quelle che abbiamo elencato, ma sicuramente ve ne sono in gran numero!) o decide, come al solito, per l'incapacità a crear progetti di ampio respiro?
La nostra città si è sempre distinta per soluzioni all'avanguardia nel campo del trasporto pubblico, ad esempio.
Ma sembra che la sua dirigenza politica ed amministrativa non sia sempre all'altezza della sua dirigenza tecnica!
O ci sbagliamo?

giovedì 19 marzo 2009

Un Centro artistico nel vecchio carcere?

Utilizzato fin dai primi anni ’90 come sede di numerose sedute del processo per collusione mafiosa contro il “gobbo” - Giulio Andreotti - quando ancora non era stato ultimato per accogliere detenuti, il “Supercarcere” di Capanne ha sostituito ormai da tempo la vecchia e complessa struttura della Casa Circondariale maschile e femminile situata nei pressi di Piazza Partigiani.
Il complesso architettonico rimane tuttora vuoto e in disuso destinato ad una fantomatica "cittadella giudiziale" (almeno questo si sente in giro) e ci chiediamo come mai stenti tanto a prender forma il progetto di ridefinizione di un'area così vasta e così preziosa per la Perugia odierna.



Ce lo chiediamo ancor più notando, allibiti, l'enorme ampliamento del polo giudiziario perugino che sta occupando aree recuperate a servizio pubblico come quelle degli ex locali Enel lungo via XIV Settembre, di fronte allo sbocco della Galleria Kennedy, e alcuni piani del Palazzo delle Poste in Piazza Matteotti. Ci preoccupa il notevole incremento delle aree cittadine dedicate alla "giustizia" che sembra andar di pari passo con lo scadimento della qualità di vita nel centro storico soprattutto a livello di sicurezza dei cittadini.

Ma sembra che non se ne possa fare a meno!

Noi invece non possiamo far a meno di sottolineare come a Perugia continui a prosperare un tipo di "sviluppo" diciamo a "macchia di leopardo" dove, però, ogni macchia o lobby non pensa che a sé e alla possibilità di ingrandirsi senza tener conto di una possibile integrazione tra le energie culturali, finanziarie e politiche presenti, verso la conquista di un bene comune più vasto del proprio orizzonte.
Progetti di sinergia tra Enti locali, Università, Università per Stranieri, Polo giudiziario, Istituti bancari, Sovrintendenza ai BB.AA.AA., Associazioni imprenditoriali e del Commercio e qualsivoglia altro ente cittadino, pubblico o privato, se ci sono stati, al di là dei roboanti discorsi sotto i riflettori dei media, ci sembra che soffrano ancora di un mancato respiro determinato a "ripensare" globalmente la città per condurla verso un futuro più certo e meno provinciale.

Ma su questo argomento ci permetteremo di intervenire più dettagliatamente in un prossimo articolo.

Ci è capitato sotto gli occhi da qualche giorno l'esempio di una cittadina spagnola, Salamanca, che molto ha in comune con la nostra Perugia: è una città di antica storia; è una città universitaria(la sua Università è la più antica di Spagna); è capoluogo di provincia; vi si svolge una rilevante attività educativa soprattutto durante l'estate, che conta una grande affluenza di studenti stranieri.
Recentemente il carcere franchista di Salamanca, edificio imponente, sede di chissà quante ingiustizie e sofferenze, è stato trasformato, in un centro di arte contemporanea, il "Centro de Arte de Salamanca" - CASA o Domus Artium (DA 2). Le anguste celle dove vivevano i prigionieri del franchismo sono state conservate nel loro tetro aspetto originale, mentre a dare l'incipit alla costituzione di una collezione permanente è stata chiamata l'artista palestinese Mona Hatoum, che ha interpretato una delle pesanti porte girevoli di metallo dell'antico carcere come l'occasione di un'interazione fra il centro e i visitatori (questi passano ad uno ad uno attraverso la porta girevole, che li rinserra in un cunicolo mobile claustrofobico, mentre il ritmo regolare del movimento della porta è scandito dal friggere spettrale di alcuni pallidi neon).
In questo Centro de Arte, aperto alle più svariate esperienze di arte contemporanea, si svolgono anche attività di introduzione al linguaggio espressivo indirizzate ai bambini in età scolare che riscuotono grande successo.
Suggeriamo di prenderlo ad esempio magari andandosi a vedere ciò che vi sta accadendo cliccando sul web. Il sito è questo.

Buon lavoro!

lunedì 16 marzo 2009

Il degrado di un antico quartiere: la Conca

Il quartiere della Conca è uno dei quartieri più vetusti della città e lo testimoniano i resti delle Terme romane con lo splendido mosaico pavimentale a tessere bianche e nere rinvenuto nel 1875, dove è raffigurato il mito di Orfeo.
Il quartiere, a causa della configurazione geologica del suo territorio, è rimasto ininterrottamente separato dagli altri rioni cittadini più elevati e più comunicanti tra loro e si è da sempre configurato come una sorta di piccolo paese inglobato nel 1327 all’interno della cinta di mura medioevali costruita sotto la direzione del Maitani. Si trattava per lo più di un terreno ortivo e campagnolo con poche case e molto verde del quale è rimasto un ricordo nei terreni a ridosso delle mura sotto Via del Verzaro e che sfruttava una delle caratteristiche più importanti del quartiere: la ricchezza di sorgenti d’acqua che determinò la comparsa di innumerevoli pozzi e cisterne ancor oggi presenti all’interno di tanti edifici.

Agli inizi del secolo passato, costituì uno dei più importanti polmoni economici della città che, in quegli anni, intraprendeva il suo modesto processo di industrializzazione. Fino a qualche decennio fa, in luogo dell’attuale mensa universitaria (1976), era attiva la “Valigeria Italiana”, che poi dal 1912 al 1939 si trasferì nei locali dell’ex Monastero di S. Susanna in via della Sposa e, poco più su, nei pressi dell’Università per Stranieri in via Goldoni, nacque il nucleo originario delle Industrie dolciarie Piselli che, negli anni ’60, per esigenze strutturali, si trasferirono nella zona compresa tra via Eremita, via del Cardellino e via del Pero, senza peraltro modificare di molto il paesaggio urbano.

Nei pressi dell’arco che da accesso a Via San Galigano era la sede del Mattatoio Comunale oggi trasformato in Facoltà di Giurisprudenza sulla scia dei pesanti interventi urbanistici voluti dal Rettore Giuseppe Ermini negli anni cinquanta e sessanta per far spazio all’Aula Magna di via Fabretti (del 1951), alla Casa dello studente di via Innamorati (1957), alla Facoltà di Scienze (1964) e, successivamente, a varie facoltà universitarie tra le quali Matematica, Fisica, Economia e Commercio, Scienze Politiche, Farmacia. Fu in quegli anni che venne abbattuta la trecentesca Chiesa di S. Elisabetta (1337), prima chiesa dedicata alla Santa ungherese in tutto il mondo, e venne inglobata nell’edificio universitario trasformandosi in aula.

L’intervento di Ermini fu talmente vasto e radicale da modificare definitivamente la struttura sociale e culturale del quartiere: un sempre maggior numero di studenti ha sostituito molta parte della popolazione residente, fino ad arrivare alla scomparsa quasi totale di famiglie negli attuali ultimi anni.
Ciò ha determinato un calo di interesse per la cura delle vie, delle piazzette e delle aree verdi che ci interessa qui documentare e per le quali chiediamo un urgente intervento. Importanti sono stati gli interventi comunali per la ristrutturazione delle scalette di Via Appia e per il consolidamento dell’arco di Via Pascoli, ma molto resta ancora da fare.

Nello specifico vogliamo soffermare la nostra attenzione sulla zona vicino alla chiesa/oratorio di S. Rocco e Sebastiano (conosciuta anche come S.Elisabetta) per il particolare livello di degrado raggiunto. Nei pressi di questo gioiello del barocco perugino, con splendidi affreschi e dipinti di Pietro Montanini, le aree verdi sono state da tempo trascurate ed avrebbero bisogno di un’opera di bonifica e di un radicale intervento di ristrutturazione. Proprio all’interno di un’aiuola posta di fronte alla chiesa fu rubata diversi anni or sono una statuetta della Madonna che era stata voluta dalla popolazione del quartiere anche per recuperare uno spazio verde spesso luogo di sosta di balordi di passaggio.
Da almeno cinque anni, poi, il blocco di un cantiere per la costruzione di un parcheggio sotterraneo e per la ristrutturazione di un edificio privato tra via del Cardellino e via Eremita sta fornendo ospitalità a barboni e vagabondi che potrebbero esser meglio assistiti dalle strutture comunali competenti piuttosto che esser lasciati bivaccare e dormire nei vani abbandonati del cantiere.

L’abbandono strutturale, la silenziosità della zona e la collocazione appartata, ma nello stesso tempo vicina al centro storico ha trasformato quest’area in un comodo luogo d’incontro per spaccio e consumo di droga pesante, come del resto in altre innumerevoli porzioni del centro cittadino.

Non è possibile permettere il protrarsi di una situazione simile che mina alla radice un modo di vivere decoroso e che incentiva il diffondersi di costumi di vita non tollerabili all'intera città, soprattutto nei pressi di Istituzioni culturali così prestigiose come L'Università Italiana e quella per Stranieri. Chiediamo quindi un intervento immediato da parte delle autorità competenti per sanare definitivamente la situazione.